Le mutande che porto

Ha appena quarant’anni e mezzo ed è già un caso letterario: Lamia Vestfalia, regina del cubismo al “Wunderwunder” di Capille Cicce, inaugura la sua carriera di scrittrice con un romanzo praticamente anti-autobiografico, destinato a far parlare a lungo di sé e a inchiodare lettrici e lettori alla storia fin dalla prima pagina. Anzi, fin dal titolo: Le mutande che porto.

In una prosa tipicamente vintage a tratti ironica a tratti spumeggiante, il romanzo s’inserisce appieno nel filone di neoavanguardismo-equilibrismo tanto caro a Summopreti, a cui Vestfalia dichiara apertamente di ispirarsi con le sue riflessioni semiserie e dolci-amare sulla vita, sul sesso, sul controssesso e su quanto ancora non è stato detto né sull’uno né sull’altro. Ispirandosi alle sue disavventure di donna intrappolata in un corpo di uomo, Vestfalia ci presenta un alterego godibilissimo, Gustave Morbeau, apparentemente condannato a vivere per sempre come maschio nonostante la sua innata vocazione a sentirsi donna. Decisivo nella sua lotta verso l’autoliberazione si rivela l’incontro con Madame Konstance/ alias Sylvester/ alias DiscoDuck, creatura argentera e argentata che porterà Gustave nel Regno delle Chimere e dei Desideri, nota discoteca di Pinerolo a Montechiaro e la aiuterà finalmente a far emergere il suo lato più passionale e più vero. Da Gustave Morbeau nascerà così Ruby Red, una donna nuova, libera di essere ciò che ha più desiderato da sempre, nonostante le sue mutande dicessero il contrario.

All’uscita del libro, molti esponenti del Movimento Mutande Uniche hanno sfilato davanti allo stand dell’editore Librometria, inferociti dal pensiero potenzialmente plurimutandesco e rispettoso delle differenze esposto da Vestfalia nel romanzo. L’autrice ha risposto a modo suo, sfilando a sorpresa sulla passerella dello stilista Ranieri Sciapiro con un abito fatto di tante mutande di colori e materiali diversi e con appesa al collo una collana gigantesca di neon con su scritto “Pluralize”.

minimutande

Molti critici, dopo aver letto il libro, si sono chiesti se la presenza di così tante ellissi, parabole, epitoti e asindoti nelle pagine del libro possano farlo annoverare nella corrente dell’ermetismo-mutismo, o se piuttosto l’uso smodato e scanzonato dell’iperbole possa far pensare ad un purismo-illimitismo.

Ma per chi scrive non ci sono dubbi: con Vestfalia siamo di fronte ad un perfetto esempio di equilibrismo pacato, scevro da ogni compromesso con il mercato e con la compiacenza del pubblico, con un uso poetico-paranoïaque di surrismista memoria come non se ne vedevano da anni. Una cesellatrice della scrittura, insomma, ma anche una donna dalle spiccate qualità mediatiche, un’artista poliedrica e plurisensoriale, una scrittrice divina che non smetterà di far parlare di sé né delle sue mutande per molto tempo.

Chi non ci crede, dia un’occhiata alla prossima collezione Autunno-Inverno di Mermaid, la famosa casa di lingerie tutta italiana: indovinate chi sarà la testimonial d’eccezione? Dopo averla letta, le vostre mutande non saranno più le stesse, e v’interrogherete spesso dove siano andate a finire, forse inebriate da tanta bellezza racchiusa in appena 78 pagine di inchiostro sublime.

(a cura di Sacha Rosel)

Le mutande che porto di Lamia Vestfalia (Librometria – collana Pindarica, Biccecicce, 2008) – pp. 78 – Euro 18 (ma ricordiamo che il libro non esiste)

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