Buia Ferita

“Quanto tempo ci resta da vivere?” “Non lo so, mi si è fermato l’orologio”.

Questo l’inizio repentino del romanzo di Monica Chiarini. Quasi comico. L’autrice usa spesso scambi di battute al limite del linguaggio cabarettistico. Ma è solo una trappola euforica entro la quale il lettore o la lettrice si ritrovano spesso a cadere. E in questo romanzo si cade spesso. In lunghi e tortuosi cunicoli scuri. Nei pozzi della mente stagna. Andando avanti con la lettura, si scopre presto che i protagonisti dell’opera, un’esordiente scrittrice di letteratura nera e un neo laureato in lingue e letteratura svedese, sono rinchiusi in un luogo buio.

Una delle curiosità è che la parola buio non è mai presente nel libro dell’esordiente Chiarini, tranne che nel titolo (Buia Ferita). Questo accade anche per il nome di qualsiasi colore (vengono nominati solo il nero, il bianco e il grigio).

buiaferita

I due ragazzi rivelano pian piano, raccontandosi la loro avventura, come sono arrivati fin lì. Scoperto che dal luogo è difficile fuggire, i due, foraggiati da un canestro misterioso che scende dall’alto ed espletando i propri bisogni in un pozzetto alla turca ricavato in un angolo, proseguiranno le loro narrazioni inventando delle storie per non impazzire e passando insieme diversi giorni.

Il finale sarà l’ultimo strappo che lacererà la realtà e scaverà un’ulcera profonda nello stomaco di chi legge. Lascerà la sensazione di un denso nero vischioso sulla pelle. Davvero imprevedibile. Le parole di questo romanzo si muovono lente e morbide onde di un mare lontano. Ne sentiamo solo la risacca soffocata che soffia sul legno avvolto dalle alghe. A volte lambiscono il nostro respiro in brevi carezze lasciandoci un sottile strato di salsedine sulle labbra, altre volte schiaffeggiano i nostri pensieri con un vento marino impetuoso. Le urla dei gabbiani saranno solo un’eco lontana. Il recupero della narrazione orale risuonerà all’interno delle anguste pareti del romanzo muovendo le catene come un fantasma inquieto. Da segnalare il brano dove il racconto iniziato da Gianna (la protagonista) si trasformerà in un dialogo sconvolgente con il proprio compagno di sventura, Boris.

Monica Chiarini è conosciuta solo da quelle poche persone, appassionate della lettura e coinvolte nella scrittura intesa come mezzo importante di arte e comunicazione, che la seguono da tempo nelle varie riviste letterarie autoprodotte: Sbirignao y Sbiribau, Afasia, Cacciatorpedine. Alcuni racconti sono diventati anche oggetto di accesi dibattiti all’interno di queste stesse riviste. Ricordiamo i racconti: Uva Passa, Chiudi gli occhi su di me, CartavetroFlebo/crisi. L’autrice ha anche un sito web monichina.it. Presto un romanzo per la Creolo Edizioni, s’intitolerà Pneumatico e Palude. L’autrice viene accostata sovente alla corrente del buismo, profondo e oscuro, da non confondersi con quella del buoismo, di cui fanno parte soprattutto le vaccate, o quella del boismo composta invece da boiate.

(a cura di Mauro Smocovich)

Buia ferita di Monica Chiarini (Scimpise Edizioni, Assisi, 1998) – pp. 220 – Euro 10 (ma ricordiamo che il libro non esiste)

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